
Yesteryear, recensione: la tradwife fantasy che smette di essere carina
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Ho iniziato Yesteryear più per hype che per reale consapevolezza.
Sapevo che era stato scelto dal GMA Book Club (Good Morning America), sapevo che se ne stava parlando parecchio e sapevo vagamente che c’entravano le tradwife, i social e una specie di salto temporale. Non molto di più. Ed è stato meglio così, perché una delle cose più interessanti del romanzo di Caro Claire Burke è proprio il modo in cui prende un’estetica che oggi conosciamo benissimo, anche quando fingiamo di non conoscerla, e la porta alle estreme conseguenze.
All’inizio sembra quasi di stare dentro una versione romanzata, spietata e più disturbante, di certi account che negli Stati Uniti fanno numeri enormi: donne bellissime, cucine perfette, bambini ovunque, pane fatto in casa, latte crudo, religione, fattoria, maternità, famiglia, ordine, sacrificio. Tutto quello che molti di noi non sono, ma che almeno in parte vorremmo essere.
L’immaginario è quello della tradwife influencer, con tutto il suo pacchetto visivo. Mentre leggevo, mi sono venute subito in mente Nara Smith e soprattutto Ballerina Farm (anche perché altre, onestamente, non le saprei nominare). Non perché il libro sia “su di loro”, ma perché quel mondo ormai ha dei codici riconoscibilissimi: estetica rurale, domesticità performata, maternità come identità totale, famiglia come racconto pubblico, fatica trasformata in contenuto bello da guardare. E tanti soldi alle spalle per permettersi certe scelte.
Yesteryear però non si limita a dire: guardate quanto sono finte queste influencer. Sarebbe troppo facile, e probabilmente anche meno interessante.
Fa una cosa più sottile: prende quella fantasia e la rende letterale.
Se vendi online la vita da pioniera, se costruisci un impero sul mito della donna tradizionale, della casa, dei figli, del marito e della natura, cosa succede quando quella fantasia smette di essere un contenuto e diventa una prigione?
Di cosa parla Yesteryear, senza spoiler
La protagonista è Natalie Heller Mills, una tradwife influencer americana (anche se non vuole assolutamente essere chiamata così) che ha costruito la propria immagine pubblica intorno a una vita domestica perfetta: marito, figli, ranch, cibo fatto in casa, valori tradizionali, fede di ferro, estetica rurale e una community pronta a credere a ogni pezzo del racconto. Il sogno di tante testoline MAGA (e forse anche di qualche personalità nostrana).
Solo che, come spesso accade online, dietro la narrazione c’è molto altro.
Ci sono tanti soldi, una schiera di aiutanti, compromessi, tante tante tante bugie, piccole e grandi, che si accavallano l’una sull’altra. C’è una donna che non è soltanto moglie e madre come pensano tanti dei suoi follower, ma è anche imprenditrice della propria immagine (imprenditrice digitale ricorda qualcosa?). Ultima, ma non per importanza, c’è una famiglia che diventa parte del format.
A un certo punto Natalie si risveglia nel 1855, ma non nella versione Pinterest del passato. E nemmeno nella casetta illuminata dalla golden hour, perfetta per un selfie estemporaneo (= scattato 100 volte per l’espressione perfetta). Neanche nella fattoria “autentica” che dietro a una progettazione su misura nasconde elettrodomestici nascosti e tutti gli agi di una vita in città.
Natalie si ritrova nel passato vero. Quello sporco e faticoso, dove essere donna significa avere molti meno margini di controllo sul proprio corpo e sul proprio tempo; in generale sulla propria vita.
La premessa è quasi fin troppo perfetta: una donna che vende online la nostalgia per un mondo mai davvero vissuto, viene scaraventata a forza dentro quel mondo. E lì, soprattutto nella prima parte, il romanzo funziona molto bene.
Una narrazione tra presente, passato e pensieri che si accavallano
Una delle cose che mi sono piaciute di più è il modo in cui il libro si muove tra presente e passato.
Yesteryear non procede in modo rigidissimo. Va avanti, torna indietro, apre flashback, lascia emergere ricordi, frasi, convinzioni, piccoli pezzi di costruzione personale. A tratti sembra quasi un flusso di coscienza controllato, perché segui Natalie mentre prova a capire dove si trova, ma anche mentre tenta continuamente di rimettere ordine nella propria immagine.
Ed è una scelta che ha senso.
Natalie è una persona abituata a controllare il racconto. La sua vita pubblica è editata alla perfezione, è una macchina da like. Anche quando è nel caos e dovrebbe semplicemente avere paura, una parte di lei continua a ragionare come se dovesse trasformare tutto in una versione narrabile.
La struttura del romanzo restituisce bene questa cosa: la sua mente non è mai davvero ferma. Torna al passato, al matrimonio, alla costruzione del personaggio pubblico, alla famiglia, alla carriera online, ai giorni di scuola, a quelli da ragazza. E intanto il presente del 1855 la costringe a fare i conti con una realtà sulla quale non si può mettere un filtro Instagram.
Natalie Heller Mills: pessima, ma non piatta
Natalie è una protagonista respingente.
È presuntuosa, manipolatoria, ossessionata dal controllo; è convinta di essere più intelligente degli altri (e forse per certi versi lo è) e di meritare tutto il successo che ha ottenuto. Ma è una donna pia eh; lo fa solo per mostrare al mondo la “giusta via”. È una di quelle protagoniste che spesso ti fanno alzare gli occhi al cielo di continuo, ma che continuano a tenerti agganciata.
La cosa interessante è che, a un certo punto, Yesteryear riesce quasi a farti parteggiare per lei. E a farti sentire in colpa per essere una di quelle donne che non sopporta, ma di cui cerca l’approvazione.
Non perché Natalie diventi improvvisamente una persona migliore. Ma perché il romanzo riesce a metterla in una posizione talmente estrema che ti ritrovi a pensare: dai, ce la puoi fare. Sopravvivi. Ci puoi arrivare, su. Esci da questa cosa.
Ed è qui che secondo me il libro lavora meglio: non prova a rendere Natalie simpatica, ma la rende leggibile.
La osservi nella sua presunzione, nelle sue vere convinzioni, nel suo ruolo da influencer della prima ora, nel modo in cui ha imparato a trasformare tutto in racconto, anche quando la realtà comincia a sfuggirle di mano.
Natalie è pessima, sì. Ma non è una figurina totalmente piatta. Una buona notizia, visto quello che si legge negli ultimi anni (o almeno che ho letto io).
Quando un personaggio crede davvero alle proprie convinzioni
La cosa più interessante del romanzo è il contrasto continuo tra ciò che Natalie crede davvero, ciò che dice di credere e ciò che le conviene mostrare.
Uno dei problemi più frequenti nella narrativa contemporanea, è che spesso i personaggi non credono davvero nelle proprie convinzioni. Hanno un’etichetta, una posizione, una fede, un sistema di valori, ma tutto resta lì: decorativo.
Questo personaggio è cattolico, quell’altro è progressista, quell’altro ancora è tradizionalista, ma poi quelle idee non cambiano davvero il modo in cui pensano, scelgono, amano, feriscono, mentono o si giustificano.
Succede nel fantasy, nei thriller, nei romanzi rosa: le convinzioni sono una mera caratterizzazione veloce, un piccolo accessorio narrativo per risultare meno banali (anche se spesso il risultato è il contrario).
Con Natalie, invece, questa cosa funziona un pochino meglio. In lei convivono convinzioni reali, ambizione, opportunismo, bisogno di controllo e capacità di leggere benissimo il desiderio degli altri.
Natalie crede almeno in parte a quello che vende. Il problema è che le sue convinzioni si basano spesso su un’ideale avulso dalla vita realtà.
Sa cosa il pubblico vuole vedere e sa come impacchettare la sua vita al meglio. Sa come trasformare la maternità, la fede, il matrimonio e la casa in una narrazione coerente. Ma non è solo una persona cinica che finge tutto dall’inizio alla fine: è anche una donna che ha costruito una gabbia attorno a certe idee, e poi ha iniziato a chiamarla identità. Una donna per certi versi intellettualmente pigra, che non si mette in discussione.
Purtroppo andando avanti questo tipo di narrazione si rompe e la voglia di un finale wow (ma che non lo è) prende il sopravvento su una buona costruzione del personaggio.
Tradwife, Ballerina Farm e la desiderabilità della vita esposta
Il riferimento alle tradwife è inevitabile.
Yesteryear arriva in un momento in cui questo immaginario è ovunque, soprattutto per chi passa le ore su TikTok: donne che impastano, cucinano, sorridono, sfornano mille bambini e performano una domesticità che sembra quasi desiderabile. Lo sappiamo tutti che è finzione, ma spesso ci si chiede: fino a che punto? Forse c’è qualcosa che potrei implementare nella mia vita?
Il problema non è solo che certe estetiche siano finte. Tutto sui social, in qualche misura, è costruito. Se uno analizzasse il mio feed Instagram penserebbe che fossi sempre in giro con la mia macchina fotografica e il bel tempo; TikTok darebbe l’impressione, invece, che passi le mie giornate al ristorante anziché davanti a uno schermo a progettare strategie di marketing.
Il problema è quando quella costruzione diventa non solo aspirazionale e monetizzabile, ma moralmente superiore.
Quando non stai più solo mostrando una casa e la tua quotidianità, ma stai vendendo il tuo modo di vivere come quello più puro e autentico, che tutti dovrebbero seguire.
Yesteryear mostra la trappola: una vita può sembrare libera proprio mentre racconta una perdita di libertà a favore di fotocamera.
Non credo che il punto sia demonizzare ogni video di pane fatto in casa o ogni donna che sceglie di stare più tempo con i figli. Quella sarebbe la lettura più pigra possibile e questa versione l’abbiamo letta un po’ dappertutto negli ultimi anni.
Il punto è chiedersi perché certe immagini siano diventate così ipnotiche e così vendibili. Perché guardare una donna che cucina in una casa stile Mulino Bianco ci sembra contemporaneamente aspirazionale e irritante? Perché ci caschiamo anche quando sappiamo che dietro c’è sicuramente del privilegio?
Yesteryear questa tensione la intercetta bene. Purtroppo non sempre con la giusta profondità, soprattutto nel finale.
I figli online non sono un dettaglio
Il romanzo porta a galla una cosa che ormai abbiamo normalizzato: la presenza dei figli nei contenuti online.
Parlo dei family vlog, delle coppie che costruiscono un racconto pubblico intorno alla genitorialità, dei bambini che crescono davanti a una camera, dei momenti privati trasformati in materiale editoriale.
Il punto non è la singola foto pubblicata ogni tanto, cosa che un po’ tutti fanno, chi più chi meno. Il punto è quando un minore diventa parte di un’identità pubblica e, in certi casi, di un modello economico.
Un bambino non dovrebbe diventare un asset del personal brand familiare.
Non dovrebbe essere una rubrica né tanto meno una leva di engagement.
Anche perché quel bambino crescerà. E un giorno potrebbe trovarsi addosso una quantità di immagini, video, frasi e momenti privati che non ha scelto di condividere.
Negli ultimi anni abbiamo visto casi molto diversi tra loro: alcuni estremi e criminali, altri più “soft”, altri ancora semplicemente legati a un cambio di sensibilità. Il caso Ruby Franke, ex family vlogger di 8 Passengers, è uno dei più gravi: nel 2024 è stata condannata nello Utah per abusi aggravati su minori. Ma anche senza arrivare a casi di cronaca così devastanti, resta il problema di fondo: un bambino non dovrebbe diventare materiale narrativo per adulti che hanno bisogno di contenuto.
E questo, secondo me, Yesteryear lo intercetta bene. Non sempre con tutta la profondità che avrebbe potuto avere, ma una scintilla di pensiero la accende.
Natalie non usa solo se stessa, ma l’intero immaginario familiare.
Il libro mostra quanto possa essere inquietante una cosa che online siamo abituati a trovare carina.
Pubblicare tutto, anche quando pensiamo di controllare tutto
C’è poi un tema laterale, ma neanche troppo: il controllo delle immagini.
Siamo abituati a pubblicare con una naturalezza quasi automatica. Soprattutto chi è cresciuto con i social, quindi molti millennial e la parte più adulta della Gen Z, ha interiorizzato l’idea che mostrare sia normale. Anzi, che non mostrare sia quasi sospetto.
Poi ci sono gli ultra-sessantenni, che spesso hanno un rapporto ancora più disinvolto con la pubblicazione di foto di figli, nipoti e parenti. Cambia l’estetica, ma non il risultato.
Il punto però non è solo “chi vede quella foto oggi”. Il punto è dove finisce, chi la salva e come viene archiviata. Dove può arrivare se condivisa. Meta, per esempio, nelle condizioni di Instagram specifica che non rivendica la proprietà dei contenuti pubblicati dagli utenti, ma che l’utente concede una licenza d’uso sulla base dei termini della piattaforma. Quindi nel momento in cui carichi contenuti dentro certe piattaforme, il controllo reale su quelle immagini diventa molto più fragile di quanto ci piaccia pensare.
Blocco spoiler: il finale mi ha convinta meno
Quindi, Yesteryear vale la pena leggerlo?
Sì, secondo me sì.
Non perché sia perfetto, ma perché è un romanzo interessante e molto contemporaneo, capace di usare una storia estrema per parlare di qualcosa che ormai ci riguarda tutti: quanto mostriamo, cosa trasformiamo in contenuto, quanto siamo disposti a credere a una vita solo perché è ben illuminata.
Cover generata con l’intelligenza artificiale. La pagina contiene link affiliati.
Una tradwife influencer finisce nel 1855 e scopre il lato meno instagrammabile della vita che vende online.
- Premessa brillante
- Anti-eroina interessante
- Finale debole
- Parti del libro incoerenti